Mimetophobia. Who’s afraid of resemblance? / Mimetofobia. Chi ha paura della somiglianza?

Silvia  Pedone's picture
Type: 
Call for Papers
Date: 
June 15, 2020
Location: 
Italy
Subject Fields: 
Anthropology, Art, Art History & Visual Studies, Fine Arts, Humanities, Philosophy

Call for Papers for issue number 24 of the Journal "Elephant&Castle": Mimetophobia. Who’s afraid of resemblance?, edited by Michele Di Monte, Benjamin Paul, Silvia Pedone 

According to Plato, “God is always bringing like to like, and makes them acquainted.” And yet, the same philosopher also warned us that this is only “half” the truth. Plato’s ambiguity about resemblance carried into modern critical thinking, in which it probably is an even more controversial category. In fact, the very definition of modernity – for instance, in Michel Foucault’s famous account – depends on the opening-up of an epistemological divide, in which resemblance and likeness are “relegated” to a Renaissance episteme in order to neutralize it as an “archaeological” and thus outdated form of knowledge. It is telling, however, that not even Foucault was able to initiate his reconstruction work without acknowledging at least the possibility of there being some kind of recursiveness or similarities, a series of analogies and resemblances within a setting, a time period, or episteme of some kind. At the same time, however, what would the alternative scenario look like of those who remain unconvinced by Foucault’s relegating resemblance into a distant past, other than simply acknowledging the empirical evidence of these “correspondences”? What is the theoretical basis for the historical evidence of the continuing prevalence of the episteme “resemblance” in the visual arts? , which, instead, stubbornly resists those desperate to turn it into a thing of the past.      

This (often unacknowledged) conflict between the lasting influence of mimesis and its critics underlies much of 20th-century history and art theory, but not only. Thus, it already can be found in the writings of, say, Saint Augustine or Lessing before, in the 20th century, it will be picked up by a group of very different authors ranging from Riegl and Fiedler to Goodman and Greenberg, up to the protagonists of the Iconic Turn. All of them reject figuration and mimesis because it puts at risk the supposed “epistemic” autonomy and purity of the visual arts. For that reason, the refusal of mimesis was hailed as a historical accomplishment, as emancipation and deliverance of the visual from its sister arts and any natural foundation that could not be reduced to cultural or historical relativism. Moreover, this celebration of the purity of the medium went along with the simultaneous discovery of the “power of images” and the “agency of art,” which freed images from their mimetic limitations and, instead, attributed to them the ability to create rather than re-produce reality. 

The antimimetic attitude, thus, turns into an ideological position built on a shaky theoretical foundation. This monographic edition of Elephant and Castle will focus on the origins, reasons, and consequences of what it calls mimetophobia. Our goal is not only to discuss the history and modes of iconoclasm; anthropological anxiety, ancient and modern, of images, above all of those ones which resemble “too much”. In addition, we are also interested in analyzing the more elusive anxiety of acknowledging the gnoseologic and cognitive presuppositions that are the condition of any kind of both iconoclasm and iconophilia. In the wake of important discussions of the fear of the Other and otherness, it seems as if the time has come to look at the “other half” of the problem, the anxiety of Like and likeness. 

Our call for papers, therefore, welcomes a variety of takes on the subject, including theoretical, critical, and methodological approaches in addition to focused case studies. It is not limited to any period or culture and invites interdisciplinary studies. 

We ask for abstracts that do not exceed 1000 letters and a short biography (max 5000 letters), both of which have to be submitted by June 15th, 2020 to the following e-mail addresses: michele.dimonte@beniculturali.itbpaul@rci.rutgers.edusilvia.pedone@lincei.it.

You can expect a response from the editors within a month or so as the publication of the monographic edition of Elephant and Castle is scheduled for September 21st, 2021. Contributions may be in Italian, English, French, and German. 

_______________________________________________________

Call for papers per il numero 24 della Rivista di Classe A: Mimetofobia. Chi ha paura della somiglianza? a cura di Michele Di Monte, Benjamin Paul, Silvia Pedone 

(scadenza presentazione degli abstract 15/06/2020)

Diceva Platone che “sempre un dio porta il simile verso il simile e glielo fa conoscere”. Può darsi, eppure lo stesso filosofo avvertiva che forse ciò è ben detto solo “per metà”. Più radicalmente che ai tempi di Platone, in effetti, questa ambiguità, o duplicità, segna la controversa presenza della categoria di somiglianza nella riflessione critica contemporanea, a cominciare dalla delimitazione stessa della nozione di modernità – ad esempio e tipicamente nella fin troppo celebre diagnosi di Michel Foucault –  attraverso il divaricarsi di una frattura epistemologica che mira in fondo a “relegare” l’ordine della somiglianza nell’episteme rinascimentale, con ciò neutralizzandolo nella distanza di un sapere “archeologico” e dunque inevitabilmente inattuale. Tuttavia, dovrebbe essere sintomatico che lo stesso Foucault non avrebbe potuto neppure cominciare il suo lavoro di ricostruzione senza cogliere una serie di ricorsività, di convergenze, di analogie, di somiglianze appunto, all’interno di un ambito, di un’epoca o di un’episteme qualunque. E a chi contestasse la pretesa di credibilità (per non scomodare l’oggettività) di una simile lettura archeologica, cos’altro si potrebbe infine obiettare se non l’evidenza empirica di quella serie di “coincidenze”? La presunta inattualità della somiglianza sfugge al controllo della storicizzazione e mette in imbarazzo proprio coloro che verrebbero farne un articolo antiquariale.

È la contraddizione che si aggira, spesso inavvertita, nella storia e nella teoria dell’arte del XX secolo, ma non solo. Il problema si affaccia già in autori antichi e diversi come Agostino o Lessing, e riemerge con gli studiosi moderni, da Riegl e Fiedler a Greenberg e Goodman, fino all’Iconic Turn, tutti assillati dall’urgenza di purgare le arti visive da ogni residuo mimetico, da ogni dipendenza riproduttiva che possa minacciarne la presunta autonomia “epistemica”. Sul piano storico, la rinuncia alla somiglianza viene salutata come una conquista, una liberazione, un’emancipazione; simmetricamente, sul piano teorico, si cerca di privare la figurazione di ogni fondamento mimetico naturale, di esorcizzare ogni forma di iconismo che non sia riducibile a relativismo culturale o storico. E questo nello stesso momento in cui si chiede al potere delle immagini e all’efficacia attiva dell’arte di restituire una più “vera”, più “adeguata” immagine della realtà, che non sia però meramente riproduttiva.

Il pregiudizio antimimetico si trasforma allora, più propriamente, in mimetofobia, che diventa così oggetto di un occultamento, se non proprio di una rimozione, epistemologica. Ed è su questo oggetto, sulle sue ragioni, sulle sue forme e sui suoi esiti che il numero monografico della rivista Elephant and Castle intende far luce. Non si tratta solo e tanto, dunque, di ridiscutere la storia o i modi dell’iconoclastia, della paura antropologica, atavica o moderna, delle immagini, soprattutto di quelle che somigliano “troppo”, ma di mettere a fuoco la paura o le resistenze, più recondite, a dover ammettere i presupposti conoscitivi e cognitivi che di ogni forma di iconoclastia o iconofilia sono la condizione stessa. Dopo tante riflessioni sul tema della paura dell’Altro e dell’alterità, forse è arrivato il momento di riflettere meglio anche sull’“altra metà” del problema, sul timore del simile e della somiglianza.

La nostra call è quindi aperta a quei contributi che vogliano affrontare il tema da punti di vista diversi, e che siano interessati a trattarne gli aspetti teorici, critici e metodologici più generali o anche una casistica più specificamente circoscritta, nell’ambito degli studi storico-artistici e dei visual studies, ma pure in una prospettiva largamente multidisciplinare.

Le proposte di contributo dovranno essere inviate dagli interessati entro il 15 giugno 2020 ai seguenti indirizzi e-mail: michele.dimonte@beniculturali.itbpaul@rci.rutgers.edusilvia.pedone@lincei.it corredate da titolo e abstract (max 1000 battute), e breve bio-bibliografia dell’autore (max 500 battute). Sono ammessi testi in lingua italiana, inglese, francese e tedesca. I risultati della selezione verrano comunicati entro il mese successivo, con il contestuale invio delle norme per la redazione dei testi. 

La pubblicazione del numero monografico è prevista per 21 settembre 2020.

 

Contact Email: